Il Monastero di Nabi Mousa è un sito religioso islamico situato nel deserto della Giudea, a circa 8 km a sud-est di Gerico e a circa 20 km da Gerusalemme. Fu edificato nel XIII secolo per volontà del sultano mamelucco Baybars per commemorare il profeta Mosè. L’edificio, un tempo monastero darviscio, fu concepito come luogo di preghiera e come stazione di sosta per i pellegrini diretti alla Mecca.

Durante il periodo ottomano, il complesso venne ampliato e divenne il fulcro di una solenne celebrazione annuale che attirava migliaia di fedeli da tutta la regione. Tuttavia, a partire dall’epoca del Mandato britannico, il pellegrinaggio fu progressivamente sospeso. Oggi l’edificio è un luogo significativo di silenzio e di raccoglimento.

Dal punto di vista architettonico, il monastero è un vasto complesso fortificato in pietra, caratterizzato da una successione di cortili, cupole e stanze, che in passato accoglievano pellegrini e sufi. Al suo interno si trova una moschea con un mihrab (nicchia che indica, per la preghiera, la direzione della Mecca) e la presunta tomba di Mosè. Il cenotafio è rivestito da un drappo verde, ornato da iscrizioni coraniche. La struttura riflette le influenze mamelucche e ottomane, con archi a tutto sesto, mura massicce e un minareto.

Secondo una tradizione islamica, la sepoltura di Mosè in questa regione, fu ispirata dai sogni del sultano Saladino. Allah avrebbe, infatti, garantito a Mosè la certezza di poter entrare nella Terra Promessa almeno dopo la morte. Il monastero fu dunque costruito non solo per commemorare la morte di Mosè – che la Bibbia colloca sul Monte Nebo – ma soprattutto per evocare l’esperienza dell’Esodo.

Sebbene vi siano incongruenze storiche tra questa tradizione e i dati biblici, è comunque significativo soffermarsi sulla dimensione spirituale dell’Esodo, che emerge con forza da questa tradizione islamica. L’evento dell’Esodo è un cammino che non appartiene solo al passato, ma che continua a interpellare ogni generazione.

L’Esodo biblico non è soltanto la narrazione del viaggio di un popolo dalla schiavitù alla libertà, ma è anche un paradigma universale di ogni cammino spirituale. Il contributo della tradizione islamica, con la sua rielaborazione del significato dell’Esodo, arricchisce questa memoria, rendendola ancora più viva e attuale. Nabi Mousa diventa così il segno di una peregrinazione interiore, che chiama ogni uomo e ogni donna a riscoprire il senso della propria esistenza attraverso l’esperienza del deserto, della solitudine e della prova.

Il monastero, immerso nel silenzio del deserto, offre un luogo di riflessione e di incontro con Dio. Per i credenti, esso ricorda che il cammino di fede non è statico, ma un percorso in continua evoluzione, aperto alle sorprese della divina Provvidenza.

 

 

Il monastero si configura anche come un luogo di compassione e di cura. In questo ambiente, arido e solitario, l’essere umano, privato di ogni sostegno materiale, si confronta con la realtà essenziale della propria esistenza. Scopre una condizione segnata dalla povertà, dalla limitatezza e dall’indigenza, che rende imprescindibile il sostegno altrui e l’appoggio divino per la sopravvivenza.

Le diverse prove del popolo di Israele nell’esperienza del deserto, esprimono questa realtà in modo emblematico. Il libro dei Numeri riporta costantemente il grido del popolo rivolto a Mosè e a Dio. Manifestazione non solo della mancanza di beni materiali essenziali—come cibo, acqua e cure—ma anche dell’esposizione a pericoli esterni, propri dell’ambiente ostile del deserto. Grido che riflette anche un vuoto spirituale, la necessità di un riferimento trascendente, cui rivolgersi per soddisfare l’aspirazione del culto.

Per colmare tali necessità, si rende indispensabile l’intervento di una presenza sanante, capace di guarire, proteggere e accompagnare lungo il cammino. Emblematico, in questo senso, è l’episodio dell’innalzamento del serpente di bronzo, mediante il quale Mosè curò e salvò il popolo dai morsi dei serpenti velenosi. Simbologia sanante rapportabile anche al prezioso lavoro svolto dagli operatori sanitari. Essi, infatti, incarnano una presenza che cura le ferite e sostiene la fragilità umana, accompagnando un  percorso esistenziale e spirituale.

In questo contesto, il monastero di Nabi Mousa si configura come un luogo privilegiato di riflessione e illuminazione, offrendo agli operatori sanitari un’opportunità per rinnovare la consapevolezza della propria funzione e del significato profondo del loro impegno nel campo della cura e dell’assistenza.

Nabi Mousa si pone infine come un ponte d’incontro e dialogo tra le tre grandi religioni monoteiste. La centralità della figura di Mosè vi emerge quale, Mediatore, Guida, Servo e Modello di sottomissione alla volontà di Dio. In questo senso, il Monastero di Nabi Mousa rappresenta un luogo simbolico di unità, dove le tre fedi possono riconoscersi in una comune eredità spirituale. Non semplicemente un sito storico, dunque, ma un segno vivo del cammino dell’umanità verso Dio. Come l’Esodo fu un passaggio dalla schiavitù alla libertà, così ogni pellegrinaggio spirituale verso questo monastero diventa una Pasqua, un passaggio interiore:

  • Dalla prigionia dei condizionamenti sociali alla libertà interiore.
  • Dalla frammentazione e dal disorientamento all’unità con sé stessi e con Dio.
  • Dalla dispersione alla comunione, riscoprendo il senso autentico della vita, che trionfa sulla morte.

Il Monastero di Nabi Mousa, con la sua storia e il suo simbolismo, invita ogni credente – e ogni essere umano – a riconoscere il proprio esodo personale, un viaggio di trasformazione, di purificazione e di rinnovamento spirituale.

(sodc)