(Con video-visita: E LA LUCE FU).

Introduzione

Il complesso del Getsemani, situato nella parte orientale della città vecchia di Gerusalemme, alle pendici del Monte degli Ulivi, rappresenta uno dei luoghi più significativi della fede cristiana. Esso comprende diversi siti di rilevanza storica e religiosa, quali la Tomba di Maria, la Grotta del Tradimento, il Giardino e la Basilica dell’Agonia. Da secoli, il Getsemani è venerato dai pellegrini e dai cristiani di Terra Santa come luogo di preghiera e di commemorazione della Passione di Cristo. Al di là della sua importanza nella riflessione teologica, esso si configura come simbolo universale di sofferenza, solidarietà e compassione.

 

 

Attestazioni storiche e archeologiche

L’autenticità storica del Getsemani è attestata da testimonianze bibliche e tradizioni successive, corroborate da evidenze geografiche e indagini archeologiche. Resti e simboli delle principali tradizioni cristiane—apostolica, bizantina, crociata e contemporanea—testimoniano la continuità della venerazione del sito nel corso dei secoli.

L’importanza del luogo come meta di pellegrinaggio è letterariamente attestata già nel IV secolo d.C., come documentato dall’anonimo pellegrino di Bordeaux nell’Itinerarium Burdigalense. Anche Eusebio di Cesarea, nel Onomasticon, menziona il Getsemani, situandolo ai piedi del Monte degli Ulivi e sottolineando la consuetudine dei fedeli di recarsi là in preghiera. Nel V secolo, Egeria, nel suo Itinerarium Egeriae, conferma ulteriormente l’importanza del luogo nella memoria cristiana.

I quattro Vangeli concordano nel collocare qui l’inizio della Passione di Cristo. I sinottici fanno riferimento a un podere chiamato Getsemani, dove Gesù si recò con i discepoli dopo l’Ultima Cena (cfr. Mt 26,36; Mc 14,32; Lc 22,39). Il Vangelo di Giovanni, invece, descrive il luogo come un giardino situato oltre il torrente Cedron, enfatizzandone la familiarità, per Gesù e i suoi discepoli, che vi si recavano “spesso” (cfr. Gv 18,2).

 

 

 

 

 

La dimensione umana della Passione

Tra le testimonianze evangeliche, il Vangelo di Marco si distingue per la particolare enfasi sulla dimensione umana della sofferenza di Cristo nel Getsemani:

“Giunsero a un podere chiamato Getsemani ed egli disse ai suoi discepoli: ‘Sedetevi qui, mentre io prego. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: ‘La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate’. Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: ‘Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu’. Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: ‘Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione’” (Mc 14,32-38).

In questo passaggio, Marco offre un ritratto profondamente umano del dolore di Cristo. Gesù sperimenta la paura e l’angoscia, fino a esprimere una tristezza mortale (“La mia anima è triste fino alla morte”). Avverte il peso della solitudine e il senso di abbandono, persino da parte dei suoi discepoli più fidati, incapaci di vegliare con lui. Questi sentimenti, propri della condizione umana, rispecchiano le paure e le sofferenze universali che ogni individuo può sperimentare dinanzi alla prova e al dolore.

La narrazione evangelica suggerisce che la sofferenza, essendo un elemento costitutivo della condizione umana, travalica la semplice dimensione individuale. L’esperienza di Gesù nel Getsemani assume, pertanto, un valore paradigmatico: essa illumina la fragilità umana, evidenziando nel contempo la possibilità di trasformare il dolore in un’opportunità di comunione e solidarietà.

 

 

La sofferenza condivisa: solidarietà e compassione

Un elemento centrale nell’episodio di Getsemani è la scelta di Gesù di non affrontare la sofferenza in solitudine: egli conduce con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, chiedendo loro di vegliare con lui. Questo gesto sottolinea la dimensione relazionale della sofferenza: il dolore, per quanto personale, non dovrebbe essere vissuto in isolamento, ma condiviso con coloro che possono offrire conforto e sostegno.

L’episodio di Getsemani costituisce, inoltre, un paradigma della compassione cristiana. Gesù, pur travolto dall’angoscia, accoglie la sofferenza con spirito oblativo, conformandosi alla volontà del Padre: “Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. La sua accettazione del dolore non è passiva, bensì segno di un amore supremo, capace di donarsi interamente per il bene dell’umanità. In questa prospettiva, la compassione si configura non solo come empatia, ma come atto concreto di solidarietà e di servizio verso gli altri.

Questa dimensione oblativa della sofferenza diventa un modello per tutti coloro che operano nell’ambito della cura e dell’assistenza: medici, infermieri, volontari e chiunque si dedichi al sostegno dei più fragili. L’esempio di Cristo nel Getsemani invita a una riflessione profonda sulla vocazione alla cura e sul valore del servizio incondizionato agli altri.

 

 

Conclusione

L’esperienza di Cristo a Getsemani, come testimoniata dal Vangelo di Marco, offre una riflessione di straordinaria rilevanza teologica e antropologica. Il dolore, malgrado la sua asprezza, costituisce un elemento unificante dell’esperienza umana, richiamando alla solidarietà e alla compassione.

Alla luce di questa prospettiva, nessuna religione o ideologia dovrebbe legittimare, a motivo della sofferenza subita, l’azione violenta, vendicativa o discriminante, nei confronti degli altri. Il Getsemani ci esorta a riscoprire il valore della fraternità e dell’empatia, affermando la dignità della persona umana in ogni circostanza, particolarmente nella prova e nel dolore.